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| Andrea Rossetti |
Inviato il: 4 May 2007, 02:50 PM
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Karpòssiano effettivo Gruppo: k-staff Messaggi: 676 Utente Nr.: 56 Iscritto il: -- Off-Line |
La poesia, la parola poetica, è destinata tragicamente dal linguaggio all’olocausto di se stessa. La devianza metafisica della lirica, che per secoli ha creduto di poter esorcizzare l’olocausto mediante la confessione, l’oleografia sentimentale romantica da una parte - poco importa se eroica o pastorale, intimista e crepuscolare o declamatoria e socialmente impegnata – e il nitore classico della forma apollinea dall’altra, è andata incontro al suo esaurimento degenerando nell’industria culturale del kitsch e dell’estetismo melodrammatico. L’homo faber, che per Gramsci giustamente non poteva non essere anche homo sapiens e che il Rinascimento aveva esaltato nella sua orgogliosa padronanza della propria vita e della propria fortuna, si è trovato a fare i conti con un ideale uomo medio, prodotto delle statistiche e delle indagini di mercato, è diventato di volta in volta utente finale, consumatore, spettatore, proiezione umanoide di un parametro puramente tecnico. La volontà di potenza, non trovando il super-uomo, ha infine normalizzato l’uomo dell’età della tecnica. Nulla di più lontano dalla poesia, linguaggio per eccellenza tendente all’autoreferenzialità e quindi all’oggettività spirituale, ben lontano in essenza da qualunque soggettività (anche l’antica diceria scolastica secondo la quale il poeta sarebbe colui che mediante il linguaggio rende universale il relativo è stata ampiamente spernacchiata dalla produzione su scala industriale della canzonetta popolare). La volontà lirica di dire si è mostrata non solo fallace ma anche un eccellente cavallo di Troia per la volontà involontaria per eccellenza: quella, appunto, dell’uomo medio, oggetto e soggetto del mercato globale della cultura. Il problema della poesia è ed è sempre stato, in sostanza, quello della volontà e, quindi, quello del soggetto e, infine ancora, quello della metafisica lirica della metafora che fatalmente è stata condotta dal cuore alla coratella senza soluzione di continuità.
Su questa degenerazione di fondo, che costituisce il problema laddove si preferisce porsene di fittizi solo perché risolvibili a priori con le modalità sostanzialmente logodiarroiche del sociale e del politico (sostengo da sempre che la deiezione è, con la chiacchiera, l’atto sociale per eccellenza), l’avvento di internet è stato assolutamente irrilevante se non fuorviante e peggiorativo. La rete, infatti, è per definizione un medium passivo e illimitato, privo di filtri e sostanzialmente al di fuori delle leggi, nonostante i ripetuti tentativi di dargliele, che si propone in due vesti fondamentali: una vetrina a buon mercato aperta a tutti e il luogo di un mercato primitivo, fondato sul baratto, sul piccolo scambio, su dinamiche episodiche e ingovernabili nel senso di una continuità strutturale quando non sulla truffa. Indubbiamente la rete è stata una risposta alla richiesta di spazi aperti per una creatività frustrata dalla palude politica ed economica della cultura ufficiale, dall’impenetrabilità dei media tradizionali, dal filtro pigramente istituzionale o addirittura apertamente malizioso dei soliti boiardi di destra e soprattutto di sinistra, paghi del loro ruolo di ortolani di un orto di plastica, di una cultura che celebra se stessa solo per dichiarare periodicamente la propria sopravvivenza, priva di autentica passione, di gusto per la scoperta, di coraggiosa curiosità, all’ombra della quale crescono pochi nuovi boiardi sempre più organici, sempre più inutilmente boiardi. A tutto questo la rete è stata – dicevo – una risposta, ma di sicuro una risposta inadeguata. Il problema sta nel fatto che dietro alla rete, dietro al suo presunto antagonismo, agisce sempre e solo una variante di quella volontà in dissoluzione della quale dicevo all’inizio. Il sogno anarchico di una bohème virtuale è in realtà soltanto una rappresentazione romantica plastificata per un fenomeno che è destinato ad avere la sorte di tutti i sogni anarchici: l’assimilazione o l’anonimato virtuale. Alcuni dei poeti nati e cresciuti su internet, tra blog e portali di pubblicazione aperti a tutti, dalla casalinga che piange in versi la sua maionese impazzita al professore trombone con l’uzzolo della rima baciata per arrivare fino allo studente liceale che accompagna i suoi versi maledetti con la foto in cui somiglia a Kurt Cobain nella speranza di rimorchiare qualche squinzia che scimmiotta Asia Argento, sono destinati, per caso o per diritto di nascita, a essere chiamati per cooptazione dai grandi boiardi a occupare qualche poltroncina da boiardo minor; agli altri, invece, l’assoluta passività del mezzo e la sua natura di mero contenitore incapace di dotarsi di filtri selettivi, ovvero di un radicamento all’interno di parametri culturali forti e vitali, assicurano un sostanziale anonimato virtuale, ovvero una notorietà marginale capace di investire un pubblico che può andare da poche decine fino a un massimo di qualche centinaio di persone e la cui portata viene spesso emotivamente enfatizzata dallo spettacolo narcisistico di un microdivismo fondato su effimeri misuratori di popolarità quali i contatti, gli accessi, i commenti e, in quei portali che li contemplano, i voti. Più che uno strumento anarchico di rilancio della poesia, internet mi pare, quindi, un’immensa fiera di patetiche vanità non diversa qualitativamente ma solo quantitativamente da quell’ammuffita cultura ufficiale verso la quale in teoria dovrebbe porsi con modalità antagonistiche. Alla selezione ufficiale operata dalla congrega dei pomposi morti viventi di città che scrivono sui giornali, che lavorano nelle case editrici e che vanno in televisione si oppone l’assenza di selezione di questo mondo di piccoli zombie di campagna in cerca di notorietà spicciola e a basso costo. Nulla di sostanzialmente diverso, proprio perché a fare o non fare la selezione è in entrambi i casi il narcisismo, sottoprodotto consumistico della volontà lirica di dire. La poesia, prodotto per eccellenza senza mercato, è stata sostituita dallo spettacolo – grottesco nei casi peggiori, nei migliori triste – dei poeti. In rete e fuori. Ma il declino che si è compiuto non ha origini recenti: iniziò molto tempo fa, quando l’assolo della lirica subentrò alla coralità della tragedia, celebrando l’avvento di un’antipoetica volontà di dire. Internet non può aiutare la poesia perché la sola cosa che si può e si deve fare per la poesia è aiutarla a morire: l’eutanasia della lirica è la condizione che, ottenendo l’auspicabile estinzione della categoria dei poeti (iscritti ai sindacati e con regolare posizione inps), può resuscitare la tragedia, che è poesia in essenza, in quanto linguaggio non compromesso col narcisismo o con la notorietà di chicchessia. L’attore è colui che pratica l’eutanasia alla lirica agonizzante, il nuovo poeta tragico, il mistico assoluto, cioè assolto dal qualunquismo mistico – internettiano, accademico, gazzettiero o televisivo, poco importa - di un qualunque imperatore-dio. Andrea Rossetti |
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