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> Morfologia della parola e tecniche di costruzione, Laboratori Prima Disseminazione
Guido Conforti
Inviato il: 21 Mar 2005, 02:17 PM
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“Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio (Es. 31,18).



Il protagonista del racconto dell’Esodo è la parola di Dio.
Avvolto da un cortina di nubi tra le pietraie del monte Sinai, per quaranta giorni e quaranta notti Dio parla con Mosè. Non parla “a”, ma parla “con” Mosé..
In questo caso la parola si declina in un dia-logo, è il divenire di un rapporto a due, che si costruisce e si sostanzia nel comunicare all’altro il proprio dire e nel recepire in sé il dire altrui.
Mosè non vede Dio faccia a faccia, ma ne ascolta la parola e attraverso la parola ne fa una diretta e autentica conoscenza. Così come Dio stesso ascolta la parola di Mosè e ne percepisce i dubbi, le richieste, le intercessioni per un popolo eletto, ma “dalla dura cervice”.
Tuttavia, Dio parla con Mosè guardando altrove. La sua volontà è quella di stabilire un’alleanza che indirizzi il senso della storia verso una convergenza tra l’uomo e il suo creatore. Per questo Dio prende due tavole di pietra e col suo stesso dito vi scrive sopra il testo di una sorta di contratto, atto concluso, perfetto e terzo rispetto alle parti contraenti.
In questo secondo caso la parola di Dio evade dal rapporto privilegiato con Mosè, sfugge alla contingenza del tempo e dello spazio prendendo una forma conoscibile in altro tempo e in altro spazio, scritta sulla pietra perché risulti immodificabile e incancellabile, oggetto di creazione più che di espressione del suo stesso autore.
Una volta scolpita sulle tavole del Sinai la parola di Dio entra nella storia trapassandola, diventa essa stessa protagonista della storia affrancandosi dalla effimera volatilità del presente. In questo senso possiamo dire che le tavole della Testimonianza “stanno” nel mondo come una “cosa” e analogamente a un quarzo, a un cespuglio di ginepro, a una coppia di zebre, a una risaia tailandese, a un contadino etiope, alla tour Eiffel, a Isacco Newton o al personaggio di Pinocchio.

Ciò che riscontriamo nell’archetipo del racconto dell’Esodo è proprio di ogni uso della parola scritta, la quale – una volta scritta – pur non rinnegandolo si affranca dal suo autore e muta si predispone alla lettura.
La scrittura può quindi essere esaminata per ciò che essa significa, ma ben prima di questo si presta ad essere conosciuta per il fatto stesso di esistere, in una forma propria e originale.
A cominciare dal supporto su cui è scritta (pietra, ossa, papiro, cera, pergamena, stoffa, legno, vetro, carta, muro, pelle, display, vagone di metropolitana…) per passare alla sua dislocazione spaziale su quello stesso supporto (laddove per stare al solo “senso” della scrittura Barthes ricorda che esistono esperienze di utilizzazione di tutte le direzioni ortogonali: dall’alto in basso il cinese, dal basso in alto il libico, da sinistra a destra il greco, da destra a sinistra l’arabo, altalenante l’ittita e probabilmente arrovesciato –ossia ruotato di 180° ogni riga- quello dell’isola di Pasqua) e per finire all’architettura, più o meno complessa, che sostiene la scrittura nel suo farsi.
Se la parola scritta è una “cosa” anziché un concetto (che al contrario è precondizione ex ante nella mente dell’autore e generazione ex post in quella del lettore) questa “cosa” può essere progettata, manufatta, guardata, maneggiata, descritta, copiata, inviata, decostruita, ricostruita, distrutta.
L’approccio dell’autore non è quindi quello dello sbobinatore di un pensiero intimo, bensì più propriamente quello dell’artigiano alle prese con una materia informe da modellarsi secondo una precisa immagine costruttiva e utilizzando un bagaglio di tecniche formali da coniugare con la propria originale creatività.
L’intera storia della scrittura può essere riletta come evoluzione di questa ricerca formale la quale, pur indirizzata dai modelli espressivi e dal gusto dei tempi, si impone continuamente e necessariamente di fronte al vuoto di ogni “pagina bianca”.
Gli esempi che seguono, appartenenti alla mia esperienza di scrittore, vogliono non solo rendere esplicito questo rapporto indissolubile tra opera e tecnica di costruzione, ma anche suggerire che la natura più autentica di ogni scrittura non risiede nel significato proprio delle parole bensì nella più ampia accezione possibile del suo significante, fino al punto di poterne coglierne il reale valore con un semplice sguardo, perfino scisso da una successiva e addirittura eventuale lettura.
Nel campo della poesia, della lirica breve, tutto ciò appare più immediatamente percepibile.
In Joie de vivre l’elemento centrale è costituito dal vento, simbolo di movimento e di novità, di cambiamento e di trasformazione. Qui l’uso del verso ropalico nella strofa centrale unito al progressivo aumentare d’intensità dello spostamento d’aria dalla stasi iniziale fino al volo finale disegna visivamente una vela spiegata sotto un vento di bolina.

Perduti in un oceano immobile e muto si aspetta
giorni
anni
vite
che s'alzi il vento
e si sfamino le vele.

Aria
alito
anelito
soffio di Dio
tremito di ciglia
frullare di cupidi
refolo di gelsomini
ciocche scompigliate dal tango
porte spalancate dal maestrale
che già rinforza e spazzola la fronte
liberando pensieri, sogni, fantasie
e invadendo ogni poro d'incontenibile
leggerezza che solleva lasciandoti senza
fiato.

Guarda laggiù l'acqua che increspa
e sorridi.


In Zoom il precipitare dall’infinitamente grande verso l’infinitamente piccolo attraverso una lente antropomorfa suddivide il testo in due parti perfettamente simmetriche e alla fine combacianti in quell’unico punto sospeso nel vuoto.

omissis


Nelle Città visibili l’assoluta assenza di interpunzione definisce un flusso poetico dalla consistenza magmatica, suscettibile di essere ricostruito dallo stesso lettore in innumerevoli combinazioni a seconda della propria originale percezione dei pieni e dei vuoti, delle pause e delle accelerazioni, delle sottolineature e dei silenzi.
Non solo, ma allo stesso modo diviene così possibile fabbricare con ogni singola lirica una serie di mattoni dalla forma più varia, particelle elementari costitutive di un universo tutt’altro che virtuale e che anzi si dispiega assolutamente tangibile sotto ai nostri occhi.
Ecco, qui di seguito, alcuni possibili esempi tratti dalla manipolazione spaziale di Venezia.
omissis
Benché la poesia si presti a una più immediata comprensione delle tecniche di costruzione formale utilizzate, la prosa e particolarmente il romanzo non sfugge agli stessi principi e agli stessi vincoli, imponendo allo scrittore una accurata e necessaria progettazione architettonica rispetto alla quale la “trama” del racconto costituisce una minore e in fin dei conti irrilevante riduzione.
Anche nel caso del romanzo, insomma, non è tanto il contenuto-oggetto del racconto ad avere valore, bensì la modalità prospettica che irradia di sé il racconto stesso.
Il romanzo storico Tina e gli altri abbraccia l’arco di 150 anni, pari alla memoria che la protagonista ha di sé e degli eventi di cui ha sentito parlare in maniera diretta, scanditi in sedici capitoli che intervallano la narrazione di dieci in dieci anni. Il non-detto di quanto sta in mezzo (per quanto non detto) riesce comunque ad apparire nelle trasformazioni della vita di cui invece si dice e contribuisce a rendere l’immagine di un’esistenza riassunta per capi, di un contesto e di un’identità che si scarnificano nell’essenziale.
omissis
Analogamente, Di terre è concepito come la giustificazione di un’appartenenenza cromosomica attraverso l’animazione di un ipotetico albero generalogico in cui i protagonisti si animano in una sorta di Spoon River esteso ai viventi e selezionato in base ai diversi filtri (le radici, le case, il lavoro, l’amore, il futuro) applicati alle diverse generazioni.
omissis
In Cronache dalle retrovie la progressiva decostruzione del protagonista, che giorno dopo giorno si vede spogliato delle ragioni che ne avevano sostenuto l’esistenza in un loop di lento e continuo depauperamento psicologico, si accompagna ad una analoga ricostruzione dell’identità peronale che suddivide il romanzo in due parti assolutamente simmetriche, tanto nei tempi della narrazione (6 mesi e 6 mesi) quanto nei ritmi e perfino nell’insieme della “materia” utilizzata per la scrittura, che è perfettamente identica nel numero di caratteri, spazi inclusi.
omissis
RIFRAZIONI scomposte in corpo 12 corrisponde a un progetto ambizioso di romanzo a rete, scritto da una rete di dodici autori attraverso la rete web e appoggiandosi a uno schema architettonico reticolare basato sulla presenza di dodici racconti disposti su un’unità di tempo giornaliera, suddivisi in quattro quarti e interconnessi da una trama di racconti-sinapsi aventi la funzione di ponte logico-percettivo tra gli uni e gli altri. L’esito è un romanzo che presenta un numero straordinariamente elevato di possibili combinazioni di lettura (novecentonovantunmilaseicentosettantotto miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di scelte possibili) e che anche per questo riesce a ricreare nel lettore il mood tipico di un’esperienza del vociare globale affatto contemporanea.
omissis
L’architettura di Ricreazione è se possibile ancora più complessa, articolata su due tempi principali di cui nel primo si presentano 24 micro-racconti di un minuto, tutti invariabilmente collocati al minuto 59 di un’ora diversa, ma in realtà identica in quanto sfuggente sul fuso orario che corre davanti al moto del sole. Su assi opposti di meridiani i temi della donna, dell’ambiente, della solitudine, del lavoro, della violenza, dell’arte, dell’urbanesimo, della tecnologia, del potere, dell’amore, del mistero, della vita e della morte si dispiegano in un respiro privato eppure globale e aprono la strada a dodici racconti finali che ricreano un ventaglio di mondi possibili, esistenti se non altro in quanto possibili. Il tutto, ancora, intessuto finemente da 479 ricordi inessenziali che “proseguono” i celebri Je me souviens di Georges Perec e che costituiscono un gigantesco macramé della memoria collettiva, indispensabile per l’immaginazione di un qualsiasi nuovo futuro.
omissis

Al di là dei piccoli esempi cui ho accennato, rimane che ogni scrittura è parte viva, autonoma e integrante del nostro mondo e con essa conviviamo, in compagnia dei fantasmi che essa evoca ad ogni lettura. “Fantasma” in senso proprio, dal greco phantàzein “far vedere”, cosa che sfugge alla semplice idea di sé e di cui si fa esperienza attraverso i sensi, come in un sogno.
E concludo chiamando qui in mezzo a noi un fantasma che incarna i caratteri della bellezza assoluta e che basta leggere dalle pagine di Luis Borges per vederlo materializzarsi sotto i nostri occhi, con infinita leggerezza.

Da che agreste ballata della verde Inghilterra,
da quale miniatura persiana, da quale arcana regione,
delle notti e dei giorni che il nostro ieri racchiude,
venne la cerva bianca che stamane sognai?
Durò solo un secondo. La vidi attraversare il prato
e perdersi nell’oro d’un meriggio illusorio.
Lieve creatura fatta un po’ di memoria
e un po’ d’oblio, cerva a un solo lato.
I numi che reggono questo curioso mondo
M’hanno permesso di sognarti, non d’esserti padrone:
forse a una svolta del futuro profondo
t’incontrerò di nuovo, bianca cerva del sogno.
Sono anch’io un lucido sogno che dura
poco più di quel sogno del prato e del candore.



Guido Conforti
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